L’Interrogativo tra mente e corpo

Di Giancarlo Santoni



“Due mondi:
il che vuol dire due verità.
O nessuna verità.”
A. Koyrè

L’editoriale della rivista “Artiterapie” N° 1/2001 pone all’attenzione del lettore una vasta serie problematiche, la prima di queste, forse la più accattivante, è quella relativa al concetto di terapia; in un secondo momento il rapporto tra psicoterapia e artiterapie, affrontato con chiarezza nel n. 2/2001 da Pino Bartalotta e poi il concetto di controllo, di validità ed altri ancora. Rimane comunque preliminare ed imprescindibile la problematica sollevata relativamente alla cosiddetta “esistenza di due mondi”, cioè alla difficoltà di raccordo tra due universi: quello psicologico e quello fisiologico.
Vorrei quindi tornare sull’affermazione secondo cui “l’esistenza di due mondi distinti è un pregiudizio prescientifico” perché occupandoci di psicoterapia e arteterapia è di fondamentale importanza stabilire in cosa consiste l’argomento centrale attorno al quale questi termini ruotano.
Parlerei di un pregiudizio scientifico. E’ la ragione scientifica di eredità cartesiana che impone il rifiuto del qualitativo e di una corporeità senziente; è la dicotomia cartesiana che riporta sempre a “due mondi strutturalmente separati con occasionali punti di contatto”. In questa visione non c’è posto per l’idea di un Io inteso come una forma sistemica in continua evoluzione, in un rapporto osmotico con gli altri che, tuttavia, ogni volta che viene “fotografato” fornisce un’immagine di se stesso. Una realtà complessa dunque, e qui occorre dire che il mondo prescientifico e pregalileiano, aveva la caratteristica e, forse, il vantaggio di una maggiore familiarità con la complessità. Attualmente la stretta osservanza galileiana e cartesiana è messa in discussione, in tal senso si profila un cambio di paradigma che potrebbe condurre ad un’importante rivalutazione di altre “ragioni” rispetto alla sola ragione scientifica. Infatti sono in crisi tutte le classiche dicotomie su cui si è poggiata la psicoterapia del Novecento: mondo interno/mondo esterno; mente/corpo; conscio/inconscio; individuale/sociale; ecc...
In tale contesto credo che un ruolo non marginale giochi la sfida dell’ambiente. Troppo spesso infatti quest’ultimo è stato inteso solo in senso sociologico e non anche in termini antropo-bio-psichici come ambiente relazionale, micro-sociale, vivente. Le componenti biologiche-individuali e le componenti bio-sociali ambientali non agiscono secondo modalità additive in una dinamica lineare nel corso del ciclo della vita, bensì in sinergia secondo una dinamica complessa. Ecco allora un aspetto di fondamentale importanza per chi vuol interessarsi di terapia: riconoscere che i tratti disfunzionali della persona pur essendo fondati su fattori di ordine biologico, sono altrettanto fondati da campi psichici e non sono immutabili o indipendenti dai contesti interpersonali e dall’esperienza. Allora la problematica relativa al dualismo cartesiano che tanto ha animato il dibattito fino ad oggi, pur mantenendo un interesse particolare, se non altro perché tanti glielo hanno conferito, sembra divenire un argomento utile più a nascondere che a svelare. L’impostazione dualistica dei rapporti tra “corpo” e “mente” produce infatti un affiancamento di livelli che nella pratica terapeutica non vengono integrati ma giustapposti: il risultato di un intervento di questo genere può essere tutt’altro che olistico. A causa di questo abbiamo assistito agli sviluppi di scienze arroccate sugli specialismi, frammentate sui particolari, che non hanno cercato di ricomporre i saperi tra di loro. Ultimamente e dopo aver constatato gli insuccessi di questa impostazione, svariati studiosi attenti a queste tematiche, dedicando la loro esperienza professionale al campo terapeutico tendono a superare le limitazioni dei vari approcci verso la costruzione di una teoria integrata ed unitaria (ma non semplice) della personalità e della terapia. Si è iniziato con il superare concetti troppo generici e vaghi, come quelli di corpo e di mente, per arrivare a parlare, all’interno della ipotizzata unitarietà corpo-mente, di processi psicocorporei, scendendo dettagliatamente su tutte le funzioni che costituiscono il Sé: dai ricordi alla razionalità, dal simbolico alle fantasie, dalle posture ai movimenti, dalle emozioni alle forme del corpo, dal sistema neurovegetativo alle percezioni.
Ciò significa assumere gli spazi mentali come tipiche realtà di “confine” che ancorano la soggettività all’universo della scienza e della conoscenza oggettiva. Bisogna dunque esplorare proprio questi territori di “confine”, riflettere sugli strumenti teorici più idonei ed efficaci per muoversi all’interno dei “bordi” e degli “spazi intermedi”.

Già pubblicato su “Artiterapie” 3/2001 Reg Trib Roma N. 38/95